CORRIDOI UMANITARI: ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ERITREI

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CORRIDOI UMANITARI: ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ERITREI

27/06/2018

E’ arrivata nel pomeriggio del 27 giugno con un volo da Addis Abeba, la famiglia composta da mamma e tre figli di sei, dieci e tredici anni, profughi eritrei e rifugiati nei campi del Tigrai in Etiopia. Il loro ingresso in Italia è reso possibile grazie al Protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana che agisce attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes) e dalla Comunità di Sant’Egidio.
Ad accoglierli nella casa di Capitone il vescovo Giuseppe Piemontese insieme al direttore della Caritas diocesana, il presidente dell’associazione San Martino, operatori e suore che vivranno con loro in questo periodo insieme all’altra famiglia eritrea che è giunta a Capitone lo scorso 27 febbraio.
Rimarranno in Diocesi per un anno, durante il quale dovranno imparare l’Italiano, iscriversi a corsi di formazione e svolgere in percorso d’integrazione sociale e lavorativo, inserimento scolastico per i minori e cure mediche adeguate, sostenuti dagli operatori della Caritas-San Martino e da due suore africane.

Il protocollo d’intesa per la realizzazione del progetto dei corridoi umanitari per i profughi è stato siglato a Roma tra la Conferenza episcopale italiana, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, il ministero dell’Interno, e la Comunità di Sant’Egidio. Si ispira ad una iniziativa analoga già sperimentata con successo dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla Tavola valdese e alla Federazione Chiese evangeliche italiane.
Il progetto ha lo scopo di “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e in condizioni di sicurezza dei potenziali beneficiari di protezione internazionale, in specie i soggetti più vulnerabili”.
La Chiesa italiana, tramite i suoi organismi Caritas e Migrantes, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, è in prima linea nell’attivazione di vie legali e sicure per far entrare in Italia donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi dell’Etiopia ed evitare così le morti in mare e i percorsi nell’irregolarità.


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